UN’ OCCASIONE PERSA

Oggi ho saputo che te ne sei andata.
E’ successo tutto troppo in fretta.
Ho ripensato a quanto tempo era che non ti telefonavo.
Troppo.
Ho rimandato,pensando fossi sempre lì ad aspettarmi.
Pronta per un abbraccio ed una chiacchierata.
Negli ultimi tempi avrei voluto chiederti mille cose,anche su mio padre.
Come lo conoscevi tu non lo conosceva nessuno.
E invece…
Spesso crediamo che alcune persone siano sempre lì,come le abbiamo lasciate l’ultima volta in cui le abbiamo viste.
Io ad esempio ti immagino con i tuoi inseparabili tacchi a spillo.
Li portavi sempre,anche con la neve.
Dicevi che ti davano grip.
Ed effettivamente solo tu potevi avere quella classe nel camminare a testa alta tra i cumuli neve.
Mi ricordo il tuo caschetto sale e pepe.
 

(altro…)

VOGLIO VIVERE 1000 VITE

Chi non legge,

a 70 anni avrà vissuto
una sola vita : la propria.
Chi legge avrà vissuto 5000 anni:
c’era quando Caino uccise Abele,
quando Renzo sposò Lucia,
quando Leopardi ammirava l’infinito…
Perche la lettura è un’immortalità all’indietro.

Umberto Eco



Ho sempre amato leggere.
Già da piccolissima ho ricordi di me intenta a sfogliare libri.
All’inizio,quando ancora non sapevo riconoscere le parole,mi limitavo a girare le pagine e perdermi nei disegni dei libriccini per bambini che mia madre mi comperava.
Ho vividi ricordi di una collana di libretti,di poche pagine,che raccontavano le vicissitudini della protagonista.
Mia madre me li comperava dal giornalaio e ogni volta per me era una festa.
Sfogliavo le pagine sottili,così diverse dai libri veri che giravano per casa.
Mia madre mi leggeva la storia e io mi perdevo nei disegni che corredavano il giornaletto.
Potevo anche inventare storie tutte mie,basandomi solo sulle figure e sulla mia fervida immaginazione.
Ricordo anche i libri pop up,quelli che quando giri le pagine,come per magia si ergono castelli e principesse in 3d.
Mi piacevano tanto,uno in particolare.
Me l’aveva regalato la zia per Natale e credo di averlo consumato a furia di girare le pagine.
Non nascondo di aver letto anche tanti,tantissimi Topolino.
All’epoca in cui esistevano le librerie scambio,il sabato pomeriggio lo passavo seduta sul polveroso pavimento a scambiare giornaletti nuovi con i miei usati.
Cominciare a leggere,per davvero,per me fu una grande vittoria.
Ricordo ancora le prime volte,mi sentivo esaltata.
Ho capito solo più avanti il vero significato di leggere.
Il significato più profondo,l’importanza.
Credo di base ci sia la curiosità,e io sono molto curiosa.
Ho sempre voluto conoscere realtà diverse dalle mie,a partire dalla piccola fiammiferaia passando per Jack Folla e finendo dalla Fallaci.
Tutte storie diverse,alcune vere altre inventate.
Ma sempre storie.
Possono piacerti oppure no,puoi trovarti d’accordo con lo scrittore oppure no,eppure ognuna di questa ci lascia qualcosa.
E soprattutto ci fa conoscere altri mondi.
Io ho sempre creduto che fosse importante immedesimarsi nelle vicissitudini altrui,negli usi e consumi di altre popolazioni e di altre epoche.
Ricordo ancora lo sgomento nel leggere il diario di Anna Frank.
E la curiosità,quasi morbosa,del sapere come proseguiva la storia.
Probabilmente è stato quel libro a smuovere la mia voglia di sapere.
La voglia di conoscere di più su alcune vicende e alcune persone.
Quella voglia di sapere che mi porta ancora oggi a sfogliare libri vecchi un secolo,a respirare polvere nell’archivio di stato  e a fare le ricerche più disparate.
E vi dirò una cosa,a me i libri piacciono belli pasciuti.
Nello stile di Guerra e Pace,se vogliamo.
Più pagine ci sono e meglio è per me.
Mi sento sicura,protetta dall’odore della carta.
Se poi sono anche “vintage” sono al massimo delle mie aspirazioni.
Non ho un genere preferito,vado molto a periodi.
C’è stato il periodo dei gialli e degli horror,dei romanzi e delle biografie,dei libri di cucina e di quelli numerici.
A volte mi piace anche rileggere alcuni libri che adoravo da ragazzina.
Qualche tempo fa ho riletto Il Giardino Segreto,di Barnett.
Con la stessa emozione di quando l’ho letto la prima volta.
Sto pensando anche di rileggere Il Buio oltre la siepe,che ormai non lo ricordo più.
L’importante è leggere.
Senza non so stare.
Se c’è una costante nella mia vita,è proprio questa.
La mia sete di sapere mi porta a non passare un giorno senza leggere almeno un paio di pagine.
Magari nemmeno dallo stesso libro,e non vi dico il casino che si crea nella mia testa passando da un ricettario a un romanzo d’epoca.
Però è come una malattia,un’arsura di storia costante.
E’ un bisogno,che si fa impellente quando passo troppo tempo davanti a questi moderni schermi luminosi.
Ho necessità che i miei sensi trovino conforto nella carta stampata,nell’odore e nel fruscio.
Allora sento che la testa si rilassa e piano piano mi rilasso anche io…
Seduta sul mio comodo divano posso essere ovunque.
Posso essere in Francia,nei giardini della Loira,ai tempi del Re Sole.
Ma anche a Forlì,nella cucina di Pellegrino Artusi o in Africa tra i Masai.
Leggere ti permette di viaggiare rimanendo comodamente a casa tua,davanti al camino.
Certo,non è la stessa cosa.
Ma è meglio di niente.
Anzi,per alcuni versi è anche meglio.
Me lo dite voi,come facevo ad andare a Tara,che nemmeno esiste?



































BAGELS…ricetta di Jamie Oliver



ingredienti : 11/12 bagels


480 gr di farina manitoba
50 gr di farina 00
250 ml d’acqua
7 gr di lievito di birra secco
3 cucchiai di olio evo
7 cucchiai di miele millefiori
2 uova
1 cucchiaino di sale
semi vari (sesamo,sesamo nero,papavero e finocchio)

Unite l’acqua,un uovo e 3 cucchiai di miele in una contenitore.
Emulsionateli tra loro e mettete da parte.
In una ciotola (io uso l’impastatrice) miscelate le farine,il sale e il lievito.
Aggiungete la miscela con l’uovo e impastate velocemente e per almeno 10 minuti. (Stessa cosa se usate un robot).
Impastate finché non otterrete un composto sodo ma elastico. Formate una palla e mettetela a riposare in una ciotola,leggermente unta con un filo di olio.
Coprite con un canovaccio umido e lasciate lievitare per almeno 2 ore.
Ora,sgonfiate leggermente l’impasto e formate 12 pagnottine.
Io con queste dosi ne preparo 11,perché li lascio leggermente più grandi.
Formate delle palline e con il pollice infarinato (tuffatelo direttamente nella farina) formate un buco al centro.
Insistete un pochino,perché i buchi in cottura tenderanno a restringersi.
Ricoprite con un canovaccio umido e mettete una pentola capiente sul fuoco con i 4 cucchiai di miele rimasti e abbondante acqua.
Portate a bollore e abbassate la fiamma.
Tuffate i vostri bagels quattro per volta,fate cuocere per 2 minuti poi girateli e fate cuocere altri 2 minuti.
Con una ramaiola togliete dal fuoco e posizionate su un vassoio o un ripiano rivestito con un canovaccio pulito e asciutto,a scolare l’acqua in eccesso.
Fate così per tutti i bagels che avrete preparato.
Ora foderate una teglia da forno con carta apposita e posizionate i bagels abbastanza distanziati tra loro,tendono a crescere in cottura. 
Sbattete l’uovo rimasto e spennellatelo sopra la superficie dei vostri bagels. Cospargete di semi vari,qua potete sbizzarrirvi e andare secondo il vostro gusto.
I miei preferiti sono i semi di sesamo neri.
Cuocete in forno già caldo a 180° per 20 minuti circa,i bagels devono essere belli dorati in superficie.
Lasciate freddare su una griglia e servite tiepidi.
Potete farcirli con qualsiasi ingrediente a vostro piacimento.
Io oggi ho utilizzato semplice insalata,pomodoro a fettine e uova alla benedict.
Se,e dico se,rimangono…potete richiuderli in un sacchetto gelo per conservarli. Potete anche congelarli e utilizzarli in seguito,riscaldandoli in forno.
Buon appetito!






STORIA DI UNA FOTOGRAFIA

Ho una fotografia sulla mensola della camera.
Ritrae una giovane me,infagottata in un giubbottino rosso e blu. La bocca socchiusa in un sorriso,gli occhi azzurri ridenti.
Hanno lo stesso colore del berretto celeste che ho ben calcato in testa e annodato sotto il mento.
Sullo sfondo il mare e dune di sabbia.
Io me l’immagino come una domenica invernale,il cielo azzurro e l’aria tersa. 
Posso quasi sentire l’odore salino del mare.
Mi è sempre piaciuta questa foto,ho le guanciotte paffute e arrossate per il freddo e la frangettina bionda,piena di scalini che fa capolino dal berretto.
Il nasino a patatina e la fossetta sopra il labbro.
C’è qualcosa nel mio sorriso che non torna.
E persino gli occhi,anche se ridenti,sembra raccontino altro.
Ero troppo piccola per sapere e ora mi sento troppo vecchia per ricordare.
Non è sempre stata la mia fotografia preferita.
Prima di lei,sulla mensola,c’era quella che mi ritrae sul lettone insieme al babbo.
Lui intento a mettermi un paio di scarpine da bebè rosso masai.
Poi,qualche tempo fa,ero intenta a sistemare alcune vecchie fotografie e il mio sguardo si è soffermato su una in particolare.
C’era qualcosa in quell’immagine che mi attirava.
Era sempre stata lì eppure non l’avevo mai trovata così interessante come quel giorno.
Ne ero rimasta talmente affascinata da chiamare mia madre e dirglielo. Le avevo chiesto cosa sapeva di quella fotografia perché a me piaceva tanto.
Si ricordava quando era stata scattata?
Mi aveva portato al mare,in inverno?
Era domenica come mi immaginavo?
Quante domande…
Come se potesse ricordarsi di ogni singolo istante immortalato su pellicola nella mia infanzia.
Eppure…di quella fotografia sapeva la storia ed era anche in vena di raccontarmela…

Tanto tempo fa,poco tempo dopo aver immortalato mio padre mentre mi aiutava ad indossare le scarpette rosse,la sua preziosissima macchina fotografica venne riposta in disparte.
Lui se ne era andato a causa di una malattia e mia madre aveva altro a cui pensare che a fare fotografie.

Casualmente,una coppia di amici in procinto di una vacanza,si ritrovarono con la macchina fotografica rotta e mia madre fu ben lieta di prestargli quella di mio padre per immortalare le dune di sabbia dell’Egitto.

Al tempo non esistevano le macchine digitali,si usavano ancora i rullini e le camere oscure.
Fu così che al ritorno dalla vacanza,al momento dello sviluppo,si accorsero della fotografia.
In mezzo a cammelli,palme e berberi,c’ero io.
Con la faccetta paffuta e il berrettino celeste.
E quello sguardo.
Sorridente e triste al tempo stesso.
Quando mia madre la vide,rimase di sasso.
Le sembrava passata una vita da quella giornata.
Era domenica e mi avevano portato al mare.
Anche se l’aria era fredda,il cielo era di un azzurro splendente.
Terso e senza una nuvola.
Mio padre aveva con se la sua adorata macchina fotografica e un rullino nuovo di zecca al suo interno.
Guardava dove cadeva la luce e scattava.
Io,imbacuccata nel mio giubbottino rosso e blu correvo avanti e indietro,rincorrendo i gabbiani spaventati dalle mie grida stridule.
Avevo le guance arrossate quando mio padre mi fece fermare per farmi la fotografia.
La bocca dischiusa in un sorriso.
Non potevo saperlo,o forse si.
Mio padre stava già male e la sentenza era già stata data.
Quella fu l’ultima volta che mi portò al mare.
L’ultima fotografia che mi scattò.

Guardo questo visino che mi guarda a sua volta.
Ha uno sguardo che sembra aver capito e c’è una sorta di tristezza in quegli occhi che guardano il suo papà.

La guardo e cerco di cogliere ogni minimo particolare,cerco le sfumature,le ombre…sperando di cogliere la sua.

Penso a lui dietro all’obiettivo.
Mi guarda e sa che non mi vedrà crescere.
Non riesco a pensare a cosa deve avere provato.
Quando il suo dito ha premuto il pulsante,ha immortalato un attimo che avrebbe voluto durasse per sempre.
Ha socchiuso entrambi gli occhi e in un attimo mi ha immaginata già grande,adulta.
Mi ha immaginato guardare quella fotografia e pensare a lui. 
Ha coperto l’obiettivo e riposto la macchina fotografica.
Mi ha preso in braccio ed ha pianto.
Come me ora,mentre guardo quella fotografia.




















BREAIDED BREAD…ispirata da un vecchio ritaglio di giornale



ingredienti :



600 gr di farina manitoba
400 gr di latte parzialmente scremato
100 gr di gherigli di noce
10 gr di lievito di birra fresco
10 gr di sale di Cervia,medio fine
1 cucchiaino di miele millefiori
1 tuorlo
1 cucchiaio di panna fresca
olio evo

Stemperate il lievito in 50 gr di latte e impastate con 100 grammi di farina. Formate una palla,coprite con un canovaccio inumidito e riponete in un luogo tiepido e al riparo da correnti.
Dopo 30 minuti circa,formate una fontana con la farina rimasta e ponete al centro il vostro lievitino,il sale e il miele.
Unite poco alla volta il latte,impastando energicamente.
Aggiungete 3/4 dei gherigli di noce,che avrete sgusciato e spezzettato a mano in precedenza.
Impastate per qualche minuto fino ad ottenere una consistenza soda. Riponete in una ciotola leggermente oliata,ricoprite con il canovaccio e riponete a lievitare per almeno 5 ore.
Ora,spolverate una spianatoia con della farina e sgonfiate leggermente l’impasto.
Dividetelo in tre parti uguali e assottigliatelo fino a formare tre lunghi filoni delle stesse dimensioni.
Formate una treccia e pizzicate le estremità per sigillare bene.
Adagiate su una teglia foderata con carta forno leggermente infarinata e ricoprite con il canovaccio.
Lasciate lievitare per 1 ora.
In una ciotola stemperate il tuorlo con un pizzico di sale e il cucchiaio di panna.
Con l’aiuto di un pennello in silicone,spennellate la vostra treccia e decorate con le noci rimaste.
Cuocete in forno già caldo a 180° per 50 minuti.
Lasciate raffreddare su una griglia e servite con del buon burro,salumi e formaggi a crosta fiorita.





SE STASERA SONO QUI.

Sapete da chi ho ereditato i miei occhi azzurri?
Da mia madre.
Sono gli stessi,sanno ridere,parlare o adombrarsi.
Ricordo una ex collega di lavoro che una volta mi disse :
“Sai che quando sei arrabbiata ti si vede dagli occhi?”
Quella volta rimasi sorpresa,non pensavo di essere così trasparente.
Soprattutto non pensavo di assomigliare così tanto a mia madre.
Mi hanno sempre detto che sono la copia di mio babbo.
Io me ne sono sempre vantata tanto,perché nei miei ricordi mio padre non c’è.
E sapere di assomigliargli mi ha sempre fatto credere di conoscerlo almeno un pò.
Quando lui è morto io avevo appena un anno.
Non ho ricordi di lui,se non i racconti fatti da chi lo conosceva bene.
Ad esempio so per certo di dover ringraziare lui e i suoi geni per la mia magrezza.
Mia madre dice che anche la piadina la stendo proprio come lui.
E poi la stessa passione per lo moto e per lo sport.
La stessa capacità a disegnare.
Anche le mani affusolate le ho ereditate da lui…
Quando ero poco più di una bimba,adoravo trafficare nel portagioie di mia madre.
Era a forma di scrigno,di una pietra con riflessi violetti.
Piedini dorati tenevano il peso dei tesori sepolti tra il velluto rosso che ne foderava l’interno.
Non che mia madre avesse chissà quali tesori.
Per lo più erano piccole gioie ereditate da nonne o parenti.
Ma un tesoro c’era.
Un piccolo porta-fedi in argento racchiudeva all’interno l’anello matrimoniale di mio padre.
Io lo guardavo trasognata e mi immaginavo un padre tutto mio.
Leggevo la data incisa all’interno e mi facevo mille domande.
Ad alcune di queste non ho trovato risposta ancora oggi.
Eppure sono qui.
Mi guardo allo specchio cercando qualche nuova ruga arrivata nella notte a ricordarmi che,nonostante tutto,sto invecchiando pure io.
Qualche capello bianco in più,sapientemente mascherato dai lunghi  capelli biondi.
Ecco,questa cosa dei capelli bianchi precoci l’ho ereditata dalla nonna materna,come anche la mania ossessiva dell’ordine.
Nei mei geni c’è anche l’altezza,tanta creatività e manualità,l’amore sconsiderato per le scarpe costose e una testardaggine unica.
Potrei andare avanti ancora,raccontarvi che “rischiavo” di avere un nasone da Guinness dei Primati se per caso lo ereditavo da nonno o che “magari” avrei anche potuto ereditare da mia madre qualche taglia di seno in più.
Eppure sono stata molto fortunata.
Ci avete mai pensato alle mille circostanze favorevoli che hanno permesso che noi fossimo qui oggi?
Bastava un appuntamento mancato,uno sguardo non capito…
Sarà stato il destino?
Oppure in quel preciso istante le tessere del puzzle si sono incastrate tutte perfettamente,per una casualità?
Io non lo so.
Questa è una di quelle domande che,ancora oggi,non hanno una risposta per me.
Nonostante sia più vecchia e mi piaccia considerarmi anche più saggia,ancora non so il perché oggi sono qui.
Sinceramente non mi interessa saperlo.
Gli occhi dei miei genitori nelle poche foto che li ritraggono con me parlano da soli.
Io sono qui perché sono frutto dell’amore.



I CASSONI FRITTI 

 I cassoni fritti sono tipici dell’entroterra Romagnolo,solitamente preparati con verdure e formaggio.
La mia cara nonna li cucinava solo in occasioni speciali,friggendoli nello strutto.
Ricordo ancora il loro sapore…
Preparatevi ad assaggiare qualcosa di unico.
Io questa sera non ho resistito e mi sono concessa questa bontà.
Friggendoli in olio però…più leggeri come i miei sensi di colpa dopo averli mangiati!



ingredienti : per 4 cassoncini


250 gr di impasto per piadina
3 salsicce aromatizzate al tartufo
150 gr di gorgonzola
olio per frittura

Per la ricetta della piadina potete dare uno sguardo qui avendo l’accortezza di dimezzare le dosi.
Potete anche preparare l’impasto,usare quello che vi serve e il resto congelarlo,magari già suddiviso in pagnottine.
Quando il vostro impasto sarà pronto,suddividetelo in quattro parti uguali.
Su una spianatoia infarinata iniziate ad assottigliare la vostra piadina,non troppo però.
Cercate di darle una forma rotonda,se sbordate un pò,potete rifilare i bordi con un coltello.
Per i cassoni fritti è molto importante che i bordi combacino perfettamente,così da non far fuoriuscire il ripieno.
Ora sgranate la salsiccia,mettendone qualche pezzettino nella parte inferiore della vostra piada lasciando circa 1 cm libero dal bordo esterno.
Aggiungete il gorgonzola che avrete tritato grossolanamente.
Formate una mezzaluna coprendo con la parte superiore,quella libera,la parte con il ripieno.
Fate fuoriuscire l’aria in eccesso,in questo modo eviterete che si aprano in cottura.
Con i rebbi di una forchetta premete con forza lungo tutto il bordo,così da sigillare per bene.
Io faccio un secondo passaggio con la forchetta,questa volta inumidita con dell’acqua.
A questo punto sono pronti per essere cotti.
Fate scaldare abbondante olio in una casseruola e quando sarà ben caldo tuffateci i vostri cassoncini.
Ci mettono veramente pochi minuti,5 o 6 al massimo,il tempo di gonfiarsi e dorare in superficie.
Fate asciugare su carta assorbente e servite caldi.
Attenzione,possono creare dipendenza!





TWO IS MEGL CHE UAN

11 anni.
Di amore,litigate,momenti top e momenti flop.
Di sfide,lavori duri e lacrime.
Lacrime di gioia e di dolore.
11 anni colorati e appassionati.
Alla faccia di chi dava una data di scadenza alla nostra relazione.
40 giorni dicevano…
E invece,di giorni ne sono passati appena 4018.
4018.
Se mi fermo a pensarci sono tantissimi,eppure sono volati.
Ma sapete com’è quando si è in buona compagnia,no?
Il tempo passa e nemmeno te ne accorgi.
E se oggi sono qui,a scrivere,cucinare,cucire,disegnare e soprattutto sognare lo devo a Lui.
Al mio compagno di vita.
Non solo è un marito premuroso,generoso e amorevole.
Ma è anche un tenace lavoratore,un bravissimo cuoco e un abile motociclista. 
E’ pure bellissimo…
Socievole,testardo,pieno di forza di volontà.
Sognatore e amante degli animali.
La cosa che adoro più di tutte però è che mi ama alla follia e incoraggia tutte le mie passioni.
E sono tantissime…
Ad esempio,se non fosse stato per il suo incoraggiamento non avrei mai dato vita al blog e non avrei mai iniziato a scrivere. 
E non solo,se non lo avessi incontrato,probabilmente non sarei la donna che sono oggi.
Sicuramente avrei meno scarpe…eh eh.
E la mia vita sarebbe stata molto diversa.
Certo non è sempre facile,essendo una donna dotata di un cervello e purtroppo di una lingua che non sa tenere a freno,i battibecchi sono all’ordine del giorno…
Eppure siamo ancora qua.
Certo,la frase “MALEDETTO IL GIORNO CHE TI HO INCONTRATO” la usiamo anche noi quando discutiamo,ma nessuno dei due lo dice sul serio. (Almeno lo spero!!)
Io ricordo ancora quando l’ho visto arrivare in sella alla sua moto,sotto al casco biondi capelli e un sorriso contagioso.
Era la seconda volta che ci incontravamo e già ero pazza di lui.
Ho saputo dopo che erano mesi che cercava di contattarmi tramite amiche comuni che guarda caso gli davano il numero di telefono sbagliato… Le amiche,eh…
Ma alla fine l’amore è trionfato.
Si vede che era destino,no?
Ma sto tergiversando,perché oggi sono qui per dire GRAZIE.

Grazie a mio marito che dopo 11 anni mi ama ancora tantissimo e non passa giorno in cui non me lo dimostri.

Grazie alla vita che ci ha fatto incontrare.
Che ci ha fatto lottare,amare,ridere e viaggiare.
Ma che soprattutto grazie perché ci ha fatto vivere insieme.
Perché due è meglio di uno,e finché noi saremo insieme saremo una forza e potremo superare tutti gli ostacoli.



















DIVERSI MA UGUALI : grissini alle olive



ingredienti : 

500 gr di impasto per la pizza
100 gr di olive snocciolate
olio evo
semi di sesamo


Per preparare l’impasto per la pizza potete seguire questa ricetta. Quando avrete fatto lievitare prendete la vostra pagnotta e aggiungete le olive,io le trito grossolanamente per farle amalgamare meglio.
Re-impastate e ricavate tanti salsicciotti spessi un dito o più a seconda dello spessore che volete dare ai vostri grissini.
Mano a mano che li preparate adagiateli su una teglia rivestita con carta forno e spennellateli con l’olio d’oliva.
Cospargete la superficie con i semi di sesamo e infornate in forno già caldo a 200°. Cuocete per 20 minuti circa,devono diventare dorati e croccanti.


















CONSIGLIA Latte di avena